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Diodati.org - Accessibilità e traduzioni dal W3C

Un contributo per sgombrare il campo dai pregiudizi sull'accessibilità

di Michele Diodati - L'articolo è stato pubblicato sulla newsletter di Programmazione.it del 18/03/2003.
(18 marzo 2003)

Il 2003 è stato proclamato Anno Europeo del Disabile. In concomitanza con questo evento, si comincia a sentir parlare con sempre maggior frequenza di accessibilità dei siti Internet. Anche a livello legistlativo c'è un certo fermento in materia: un disegno di legge che mira a rendere obbligatorio il rispetto delle norme basilari dell'accessibilità da parte di tutti i siti della Pubblica Amministrazione è da giorni allo studio del Parlamento ed ha già ottenuto un cospicuo numero di firme. Diversi professionisti e società, più o meno validi e competenti, affilano nel contempo le armi (ovvero le proprie conoscenze), pregustando di poter ottenere in un futuro ragionevolmente prossimo lucrose commesse per l'adeguamento di siti e portali pubblici ai criteri che verranno stabiliti dalla suddetta legge.

A fronte di tutto ciò persiste, anche a livello di informatici esperti, un notevole fraintendimento su cosa sia l'accessibilità, su chi ne siano i destinatari, su quale sia la sua reale utilità.

Cominciamo dal primo e più diffuso degli equivoci: l'idea che il sito accessibile debba essere fatto di solo testo e che vada mantenuto come versione parallela del sito "normale". Nulla di più falso ed errato! Un sito può essere accessibile ed avere allo stesso tempo numerose immagini nonché una grafica curata. L'importante è che il codice delle pagine sia ottimizzato, che le immagini e i colori siano studiati per garantire un'ampia compatibilità con le varie piattaforme esistenti e, soprattutto, che si forniscano informazioni alternative alle immagini per chi naviga in modalità non grafica. L'idea del sito parallelo, oltre che dispendiosa in termini di risorse economiche e di gestione, è penalizzante per chi dovrebbe usufruirne: dà l’impressione di un ghetto realizzato appositamente per utenti di serie B.

Altro grosso pregiudizio da abbattere: l'idea che realizzare siti accessibili serva unicamente per venire incontro alle esigenze dei disabili, anzi ad una categoria particolare di disabili: i ciechi. In questa superficiale valutazione si tralascia di considerare una quantità di fattori: 1) che vi sono forme di disabilità cognitiva, motoria, visiva, auditiva, per le quali la bruta versione "solo testo" di un sito esistente non è sempre, anzi quasi mai, adeguata; 2) che la vera accessibilità riguarda non solo i disabili, ma tutti, proprio tutti noi!

Sito accessibile, infatti, significa essenzialmente sito privo di barriere digitali. Un sito accessibile è, in altri termini, un insieme di pagine web realizzato con criteri tali da poter essere navigato da chiunque, qualsiasi sia il sistema operativo, il computer, il browser, il modem, la periferica di puntamento, la velocità di connessione disponibili. Vi sembra questa una necessità secondaria, un gadget che all'occorrenza si può anche fare a meno di "infilare" nella propria offerta di contenuti pubblicati sul Web?

Certamente no! L'accessibilità è un diritto dell'utente, soprattutto se i contenuti informativi riguardano non l'acquirente di servizi commerciali elitari ma il cittadino-utente, ad esempio il pensionato con il computer di seconda mano che sta cercando con grande difficoltà, sul sito Internet dell'INPS, dove siano i moduli per mettere in regola le badanti. Insomma l'accessibilità è un requisito indispensabile perché vi sia un'autentica democrazia dell'informazione: non è ragionevole che un sito che offre risorse di interesse pubblico costringa l'utente, magari non esperto, a dotarsi di un certo particolare browser e sistema operativo, ad impostare una determinata risoluzione del video, ad installare appositi plug-in, se vuole consultare delle informazioni che, a tutti gli effetti, costituiscono l'oggetto di un servizio pubblico.

Un ultimo e diffusissimo pregiudizio è che dotare di caratteristiche accessibili un sito web commerciale sia un costo al quale non corrisponde un adeguato ritorno in termini economici (ciò sempre in base all'altro pregiudizio, che la sola destinataria dell'accessibilità sia quella trascurabile percentuale di utenti non vedenti). Qui il discorso diventerebbe troppo lungo, mi limito perciò a due semplici osservazioni.

Uno: la grande maggioranza dei siti oggi esistenti in Italia è composta da pagine scritte con un codice non standard, spesso da presunti professionisti che evidentemente non conoscono fino in fondo gli strumenti del mestiere. Se si va ad effettuare con appositi software (ad esempio l'HTML Validator presente sul sito W3C) l'analisi del codice di una tipica pagina web si ottiene una sfilza di errori che non raramente supera il centinaio. Basterebbe semplicemente cominciare a scrivere codice HTML, XHTML o CSS standard, per ottenere d'incanto un enorme aumento dell'accessibilità. Si pensi, a tal proposito, che una gigantesca porzione del codice sorgente dei vari browser presenti sul mercato è dedicata a correggere in automatico gli errori di HTML commessi dagli autori delle pagine web, così da consentire la visualizzazione di tali pagine nonostante la loro non conformità agli standard. Non si tratta di un mero problema teorico: a titolo di esempio, una pagina realizzata alla "vecchia maniera" può pesare in Kb anche tre o quattro volte più di una pagina conforme agli standard, questo benché entrambe producano a monitor esattamente lo stesso risultato. Se ritorno economico è anche risparmio di banda (ovvero il costo della capacità di servire pagine web agli utenti connessi), si pensi a quale straordinario risparmio di banda comporterebbe il far diminuire del 60/70% i bit trasferiti da un sito, lasciando pressoché immutato e il numero e l'aspetto grafico delle pagine!

Due: essere accessibili significa avere potenzialmente più clienti. Un sito di commercio elettronico che gestisce il carrello degli acquisti per mezzo di javascript ottimizzati solo per PC, che non funzionano su piattaforma Macintosh, sta automaticamente escludendo dalla rosa dei potenziali clienti tutti coloro che navigano con un Macintosh. Possono essere pochi rispetto a quelli che usano un PC, ma chi assicura al gestore di quel sito che proprio tra quei pochi "amici" della Mela non si nascondano dei facoltosi acquirenti dei suoi prodotti? Insomma, è una scelta perdente anche dal punto di vista commerciale ricorrere a soluzioni che escludono inevitabilmente una o più categorie di utenti dai visitatori del proprio sito.

Penso che sia soprattutto un problema culturale e di conoscenza: se, invece di relegare in modo pregiudiziale l'accessibilità a problema secondario, gli sviluppatori di pagine web dedicassero più tempo allo studio dei linguaggi standard esistenti, scoprirebbero che progettare pagine standard favorisce non solo la democrazia dell'informazione, ma in linea di massima anche il buon esito dei propri affari.

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*Ultima modifica: 15/7/2004 ore 15:38