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Diodati.org - Accessibilità e traduzioni dal W3C

L'italiano inaccessibile: la tremenda fatica di complicare le cose semplici

di Michele Diodati
(scritto e pubblicato il 16 aprile 2004)

La settimana scorsa mi è capitato, dopo molto tempo dalla volta precedente, di servirmi della metropolitana di Roma. Entrando nella stazione della Basilica di San Paolo, ho notato che le macchinette per timbrare i biglietti erano di un nuovo tipo. Ci ho messo un bel po’ a capire come funzionavano. A differenza delle precedenti, in cui il biglietto veniva timbrato inserendone un capo in un’apposita fessura e tenendo l’altro capo tra le dita, queste nuove macchine strappano letteralmente il biglietto dalla mano del viaggiatore, lo risucchiano all’interno ed infine lo “sputano” fuori timbrato. Molto tecnologico! Solo che devi aver cura di infilare il biglietto nella fessura dal lato giusto - cosa che io non ho fatto - altrimenti il sistema non funziona e fai la figura di uno scimpanzé, mentre si forma una fila di impazienti dietro le tue spalle.

Ma non è di questo che voglio parlare. Dopo essermi un po’ familiarizzato con il nuovo aggeggio, ho notato che sotto la fessura è presente uno schermo digitale su cui appare la seguente scritta:

“Convalidate qui il vostro titolo di viaggio”

Convalidate qui il vostro titolo di viaggio?! Ma de che? E questo dovrebbe essere un aiuto per il viaggiatore? Sfido chiunque ad aver mai sentito qualcuno chiedere all’edicolante vicino alla metropolitana: “Per favore, mi dà il Corriere della Sera e sei titoli di viaggio?”

A me “titolo di viaggio” fa venire in mente Marco Polo e Il Milione, Goethe ed il suo viaggio in Italia, Bruce Chatwin e la Patagonia... Mai e poi mai mi fa venire in mente il biglietto meschinello da inserire nell’apposita macchinetta!

Ora la mia domanda per i responsabili della comunicazione con il cliente della metropolitana di Roma è questa: perché mai le vostre menti hanno partorito una formula simile? Perché mai avete scartato - o forse neppure considerato - questa semplice, misera, comprensibilissima, accessibile frase?

“Timbrate qui il vostro biglietto”

Questa abitudine tutta italica di cercare, proprio per le cose di uso più comune, la formula più astratta e pomposa, quella più lontana dall’uso della gente, è un ostacolo tremendo per l’accessibilità, non solo dei documenti sul Web, ma di qualsiasi formula scritta o orale, prodotta in veste “ufficiale” da un qualsiasi responsabile di uffici e servizi pubblici.

Volete un altro esempio tratto dalla cronaca quotidiana? Qualche giorno fa è accaduto un episodio tragico a Napoli: un quattordicenne è morto dopo dieci giorni di agonia, per complicazioni sconosciute, sopraggiunte dopo una banale frattura ad un braccio. Ecco la nota diramata dalla direzione sanitaria dell’ospedale e riportata come testo virgolettato da Repubblica e da altri giornali (1):

«Per far luce sul decesso del ragazzino la direzione sanitaria dell'ospedale pediatrico napoletano ha fatto sapere, con una nota, di aver "trasmesso alla Procura della Repubblica la necessaria e pertinente informativa, in adesione alla originaria refertazione ed alla attuale impossibilità a poter stabilire le cause del decesso, così da consentire le procedure più opportune".»

“La necessaria e pertinente informativa, in adesione alla originaria refertazione”... ma vi rendete conto? E scrivere invece qualcosa di più umanamente comprensibile? Proviamo a tradurre in un italiano “accessibile”:

«Abbiamo inviato alla Procura della Repubblica la cartella clinica del ragazzo, così come richiede la legge in un caso simile, data l’impossibilità di stabilire per il momento le cause della morte.»

Suona poco solenne così? Sì, per fortuna. Troppo semplice? Forse. Infinitamente più chiaro? Sicuramente sì!

Ancora non siete convinti? Volete un altro esempio? Eccolo. Non molti giorni fa i nostri militari in missione in Iraq sono stati coinvolti in scontri a fuoco con la popolazione locale. Alcuni soldati feriti non gravemente sono stati rimpatriati. Appena giunti in Italia, ancora in aeroporto, sono stati intervistati da radio e televisioni. Non abituati a parlare di fronte alle telecamere, sono stati subito attaccati dal virus “complicatorio”, che obbliga in una situazione pubblica qualsiasi rappresentante di una forza armata civile o militare italiana ad esprimersi in modo terribilmente contorto, per spiegare ciò che a parenti ed amici racconterebbe con chiare e semplici parole.

Così uno dei militari intervistati - cito a memoria - ha raccontato al telegiornale che i soldati italiani hanno aperto il fuoco solo contro il “personale armato che ci offendeva”.

“Personale”?! Ma contro chi hanno combattuto? Contro gli impiegati di una ditta? Chi erano i rivoltosi: dirigenti della IBM, programmatori della Microsoft?

E poi, quel “personale” come li offendeva? Raccontata così, sembra che gli Iracheni combattevano a botte di “Vaffa...”, a colpi di “Idiota!”, a bordate di “Imbecilli!”, a cui gli Italiani rispondevano con mitraglie e fucili. Uno scontro poco equilibrato, insomma.

Se non fosse stato colpito dal virus “complicatorio”, il militare ferito avrebbe potuto spiegare, molto semplicemente: “Abbiamo sparato solo contro uomini armati, e solo dopo essere stati attaccati per primi”. Ma, lo riconosco, così sarebbe stato troppo semplice: avremmo capito tutti...

Insomma, senza bisogno di ulteriori esempi tratti dalla cronaca di questi giorni, credo che il concetto che voglio esporre sia semplice: per comunicare in modo accessibile, non solo sul Web ma dovunque, occorre usare la lingua italiana chiamando le cose con il loro nome. In altre parole bisogna vaccinarsi contro il virus “complicatorio”. I paroloni difficili, siano “titoli di viaggio” o “refertazioni”, comunicano solo oscurità. “Biglietti” e “cartelle cliniche” saranno forse voci umili, ma sono chiare, precise e, soprattutto, comprensibili a tutti.

Quanto più la comunicazione si rivolge alla gente comune e non ad un pubblico specializzato, tanto più occorre essere chiari e semplici nella scelta dei vocaboli. Ma ciò non significa banalizzare il discorso o essere imprecisi. Anzi.

Per chiarire meglio questo punto importante, voglio concludere citando un articolo di un grande, di un grandissimo della lingua italiana: Italo Calvino. L’articolo apparve su Il Giorno del 3 febbraio 1965 (2) e si inseriva all’interno di un dibattito aperto da Pier Paolo Pasolini sullo stato della lingua italiana.

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L'interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po' balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti questi fiaschi di vino dietro la cesta del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata». Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell'impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell'intento di consumarlo durante il pranzo pomeridiano, non essendo a conoscenza dell'avvenuta effrazione dell'esercizio soprastante».

Ogni giorno, soprattutto da cent'anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell'antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. [...]

Chi parla l'antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla [...]. La motivazione psicologica dell'antilingua è la mancanza d'un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l'odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua - l'italiano di chi non sa dire «ho fatto » ma deve dire « ho effettuato » - la lingua viene uccisa.

Penso che non ci sia bisogno di aggiungere molto altro. L’italiano contemporaneo è assediato da un lato da “customer care”, “call center”, “welfare”, “wireless”, “future”, e chi più ne ha più ne metta... Dall’altro lato è tutt’ora vittima, come e più che ai tempi di Calvino, dell’antilingua burocratica che offusca la comunicazione.

L’italiano, una lingua meravigliosa, strumento di cultura e di civiltà, che ha attraversato indenne i secoli dal Duecento fino al Novecento, rischia ora di venire travolto e snaturato, oltre che corroso dall’interno. Per noi che abbiamo a cuore l’accessibilità, e che sappiamo che è questione di contenuti prima ancora che di codice HTML e CSS, l’invito non può essere che uno: ritorniamo a pensare e parlare con i termini comuni della nostra lingua. Ricominciamo a chiamare le cose con il loro nome. Lasciamo perdere i “ticket” ed i “titoli di viaggio”: chiamiamoli semplicemente “biglietti”. La gente comune di oggi ci ringrazierà, e forse i nostri nipoti potranno ancora leggere queste righe, capendole senza ricorrere all’aiuto di un filologo, cioè di un esperto in lingue morte.

(1) http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/cronaca/bracciorot/bracciorot/bracciorot.html e http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/art/2004/04/12/5348473

(2) La citazione è tratta dalla pagina 16 del libro di Massimo Birattari, Italiano: lo stile. I fondamenti di una lingua semplice ed efficace, Ponte delle Grazie editore, Milano 2000


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*Ultima modifica: 16/11/2004 ore 20:09